M.Ruffini – J. S. Bach. Lo Specchio di Dio e il Segreto dell’Immagine Riflessa – Edizioni Polistampa

ISBN 8859610613, pp. 114, 2012

Voto 2

Scrivere un testo di divulgazione significa muoversi nello spazio che divide l’astruso dal banale. Un campo di per sé angusto che si fa ancor più stretto nel caso della musica, dove le competenze tecniche di base sono – almeno in Italia – estranee al bagaglio culturale del pubblico generico al punto che un qualsiasi testo avrebbe bisogno di un corposo companion per spiegare termini e chiarire concetti. Nel suo lavoro su Bach, Mario Ruffini sbatte inevitabilmente contro entrambi gli scogli: le rapidissime e per forza di cose parziali ricostruzioni della storia della musica dai Greci antichi al Novecento, essenziali all’autore per enunciare, più che dimostrare, il ruolo cardine dell’opera bachiana, hanno buone chance di risultare interessanti agli inesperti così come astrusa e imperscrutabile rischia di rivelarsi la spiegazione (pagg. 81 e segg.) delle soluzioni del canone enigmatico BWV 1076 riprodotto nei celebri ritratti di Elias G. Haussmann. Allo stesso modo, un lettore a cui risulti utile leggere che le dodici note del sistema temperato corrispondono ai sette tasti bianchi e ai cinque neri di un pianoforte, probabilmente troverà ostica la sintetica spiegazione dei comma pitagorico e sintonico fornita a pag. 51-52. Aporie inevitabili, forse, a cui Ruffini aggiunge qualche evitabile ripetizione (ad esempio la derivazione del basso delle Goldberg da una ciaccona di Handel lo si ritrova a pag. 18, 90 e 99 con le due ultime ricorrenze che sono praticamente identiche) e qualche apodittica affermazione («Mai si vide più splendida elaborazione realizzata su tema di basso» pag. 99) che ha il sapore poco scientifico di un’ermeneutica “del secolo passato”. Il tutto immerso in un’atmosfera neopitagorica che nei rassicuranti ingranaggi della macchina panaritmetica ingloba tanto fattori intenzionali (le ricorrenze nell’opera bachiana del numero 14, traduzione gematrica del cognome dell’autore) quanto elementi casuali come la data della morte del compositore, il 28 (=2×14) luglio. Con inevitabili fughe in avanti come l’ipotesi (pag. 100) di considerare la 16a variazione Goldberg sia come elemento iniziale della seconda parte, sia come elemento finale (una Ouverture?) della prima, allo scopo di conteggiarne due volte le battute per recuperare una simmetria che l’opera, a quel livello, non presenta. Decisamente, come affermava Wittkower, il compasso non si ribella nelle mani del mensore. Insomma si incontrano imprecisioni ed incertezze per molte delle quali la pubblicistica musicale non ha ancora trovata la via d’uscita. Ma si legge anche un amore profondo e sincero dell’autore per Bach e la sua opera; e se l’amore non salverà il mondo, la salvezza di un saggio forse è alla sua portata.

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