V. Giustiniani – Discorsi sulle Arti e sui Mestieri – Sansoni Editore

a cura di Anna Banti,  5.078.002, pagg. 158, 1981.

Scelto da Eptachordon

Gli anni di Vincenzo Giustiniani (1564-1637) sono stati gli ultimi nei quali un uomo di buona educazione, spirito vivace, vaste esperienze e acuta capacità di osservazione poteva a buon diritto dire la sua su un qualsiasi argomento. Da li a poco la definizione del metodo scientifico, la stabilizzazione delle stratificazioni sociali, l’ampliamento dell’orizzonte geografico avrebbero generato una moltiplicazione dei saperi esuberante le capacità amatoriali e il raffinato gusto del conaisseur. Di questa iperspecializzazione la musica ha sicuramente fatto le spese, e Anna Banti, curatrice di questa edizione dei Discorsi e gran sacerdotessa delle lettere del XX secolo – aveva fondato insieme al marito Roberto Longhi la rivista Paragone – lo ammette dichiarando di non essere in grado di metter le glosse al primo e probabilmente più importante degli scritti giustinianei, quello “Sopra la musica dei suoi tempi”. Anche un’esposizione chiara e lineare, oltre che fondamentale per la nostra comprensione dell’estetica musicale di quel periodo, è evidentemente al di là delle frontiere della migliore cultura umanistica contemporanea, che pure non solo affronta senza esitazione i discorsi sulle arti figurative e sull’architettura, ma neppure si spaventa di fronte a quelli sulla caccia, sui viaggi e sui suggerimenti alla servitù. Per la musica insomma ci vuole lo specialista, e la Banti lo individua in Paolo Isotta, critico e musicologo esimio, il quale nei suoi commenti alla fragrante e capitale cronaca del Giustiniani aggiunge un ulteriore livello di interesse, sfoderando un classico atteggiamento coloniale nei confronti ai nostri antenati, considerati un po’ degli anelli di congiunzione a petto della perfezione dell’uomo postmoderno. E se il marchese affianca agli illustri nomi di Palestrina e Marenzio quelli di tre carneadi come Soriano, Nanino e Giovannelli non è perché forse l’estetica dell’epoca non era poi così compatibile con l’idea che ce ne siamo fatta, ma perché il Giustiniani non aveva per le mani il prezioso crivello crociano, che gli avrebbe permesso di distinguere una volta per tutte ciò che è arte da ciò che non lo è. Chissà, forse la «perfezione insolita e quasi nuova» cui secondo Giustiniani si era «ridotta» la musica dei suoi giorni non era poi così perfetta. Del resto che poteva saperne lui, che appendeva alle sue pareti i dipinti del giovane Caravaggio disputandoseli con il Cardinal Del Monte e in alcuni casi comprandoli dopo che i committenti designati li avevano rifiutati. Noi che ci accapigliamo alle aste per le sculture di Damien Hirst e Maurizio Cattelan, la sappiamo più molto più lunga…

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