Arcana A368, 65’12″, 2009/2010
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Esistono delle opere (la musica antica ne è piena) che sembrano essere state composte apposta per diventare paragrafi di manuali di storia. Titoli come La Rappresentazione di Anima e Corpo, L’Euridice, i Concerti di Viadana e la Messa Papae Marcelli saranno stati fissati sulla memoria a breve termine di decine di migliaia di studenti, ma solo una minima percentuale fra questi ne avrà ascoltato effettivamente il suono. D’altra parte molte delle esecuzioni dal vivo o in disco tendono a rafforzare l’impressione di composizioni fissate per sempre nelle gallerie di reliquari del passato. Ogni tanto, però, capita di imbattersi in letture che infrangono i vetri delle teche e liberano il suono di queste pagine dalla sua fissità museale. È quanto accade con questa incisione celebratissima dalla critica cui arrivano – un po’ in ritardo – le congratulazioni della nostra rivista. La tessitura bassa, di sole voci maschili, che in alcuni passaggi sembrano quasi degli strumenti, mostra l’anima muscolare di una musica di cui siamo abituati a sentir parlare in termini di solare ed asettica apollineità; la scolpitura delle dinamiche, l’attenzione nella calibrazione dei volumi sonori evidenziano come proprio nel Gloria e nel Credo – i brani che più sembra salvaguardino l’intelligibilità della parola la quale secondo l’aneddotica avrebbe salvato la polifonia sacra dai furori controriformistici – si intraveda la strada per gli sviluppi manieristici della policoralità e, soprattutto, verso un’estetica che nel corso del Seicento trasformerà in estasi dell’anima il rapimento dell’intelletto prodotto dalla polifonia. Incisione da ascoltare e riascoltare, anche nei brani del proprium, mottetti dello stesso Pierluigi che, senza pretese di ricostruzioni liturgiche, fissano l’ordinarium nella notte tra il sabato santo e la domenica di resurrezione.



Al di là dell’ottima interpretazione (e registrazione) la cosa che più mi ha fatto felice di questo disco è l’assenza di voci femminili.
Quando si esegue questo tipo di musica ci si trova a dover affrontare molte scelte storico-interpretative, che talvolta richiedono anni e anni di studio; eppure persino i direttori più puntigliosi sotto questo punto di vista finiscono con l’impiegare voci femminili come se fosse stata la norma nel passato. L’unica cosa di cui siamo certi è anche quella a cui viene data meno importanza.
Purtroppo persino l’integrale da poco partita delle messe palestriniane di Fasolis, basata sull’edizione critica delle messe, vede la presenza delle voci femminili. Insopportabili e antistoriche. E non mi si dica che possono tranquillamente sostituire le voci alte maschili perché la differenza di timbro è immensa: quando sento il timbro femminile uscire fuori da un insieme di voci maschili è come un pugno nello stomaco, acqua e olio.
E proprio mentre scrivo questo post sto ascoltando un disco della hyperion/helios
Dufay – Missa de S Anthonii de Padua – The Binchois Consort, Andrew Kirkman.
Interamente eseguito da voci maschili.