Ricercar RIC 308, 60’56″, 2010/2010

Fosse rimasto a Liegi, dove era nato nel 1575, lo ricorderemmo come Mathias Rosmarin. Quasi da subito, però, la vita decise per lui una sorte da flamenco – così chiamavano i musicisti di origine fiamminga in terra di Spagna, dove le cronache lo registrano appena decenne tra i niños cantoricicos della Cattedrale di Madrid – che ne influenzò la carriera e la scelta del nome secolare. Di Matheo Romero, contrappuntista finissimo, protetto da tre generazioni di monarchi e celebrato dai suoi contemporanei, il disco esplora la produzione profana, meno frequentata rispetto a quella sacra ma testimone comunque di uno stile che mescola in uguali dosi colore locale e polifonia – ineliminabile nel patrimonio genetico di un flamenco – in una ricetta dove non manca l’ingrediente alla moda dello stile protobarocco che in penisola arrivava dal vicereame ad est. A quei tempi Leonardo García-Alarcón si sarebbe detto uno “spagnolo delle colonie” e i suoi natali argentini qui si sentono nella varietà dello strumentario e nelle garbate ma vivaci sottolineature ritmiche che tirano fuori tutto lo swing di questa musica in un’immagine sonora appena più esile di quella confezionata da Savall nelle sue incisioni di riferimento nel repertorio. La seconda parte della letrilla «¡Ay, qué me muero de zelos», che varrebbe da sola anche un disco meno riuscito, è l’apice di un ascolto godibilissimo.


