J. S. Bach – Suite per Orchestra BWV 1066-1069 – Il Fondamento, P. Dombrecht (dir.)

Fuga Libera FUG 580, 2CD, 53’04″+48’06”, 2010/2011

voto 5

Il compositore barocco non perdeva mai di vista il baule degli spartiti delle sue vecchie opere. Nei giorni in cui “l’epoca della riproducibilità tecnica” e il mito dell’originalità a tutti i costi erano ancora di là da venire, la propria produzione passata era un tesoro di spunti, idee, modelli cui attingere per rispondere a carichi di lavoro eccezionali o a momentanee eclissi dell’ingegno. Perfetto figlio del suo tempo, Johann Sebastian Bach non si sottrasse alla pratica dell’autoimprestito, anche se la seppe sempre declinare alla sua maniera, con una genialità priva di paragoni. Assunta nel 1729 la direzione del Collegium Musicum, il Kantor si trovò spesso a scoperchiare il suo forziere e a tirarvi fuori materiale per i concerti settimanali al Caffè Zimmerman. Le quattro Suite per orchestra composte negli anni di Kothen – ma per la terza Suite si ipotizza la data  del 1716, durante il suo soggiorno a Weimar – erano quanto di più adatto si potesse immaginare e Bach le riprese adattandole  al nuovo contesto lipsiense e alle forze disponibili nella sua nuova orchestra. A quanto pare solo la prima suite restò tal quale era uscita per la prima volta dalla penna; nella seconda il flauto concertante sostituì il violino mentre le trombe e i timpani fecero la loro comparsa nella quarta e nella terza suite, cui furono aggiunti anche gli hautbois. Versioni che guadagnavano in sontuosità e varietà timbrica ciò che erano costrette a perdere in equilibrio e trasparenze delle filigrane, preziose in Bach anche nel genere disimpegnato dei “ballabili da ascolto”. Paul Dombrecht, che ha ricostruito le versioni originali, non si lascia sfuggire l’occasione per confezionare una lettura tutta giocata sulla cesellatura delle linee, tornite e turgide come si ascolta di rado in un’esecuzione con strumenti originali. Stacchi di tempo comodi ma non slombati, fraseggi che evitano esasperazioni nei ritmi puntati e sottolineano l’elemento ritmico senza eccessi barock, lasciano emergere la ricchezza della scrittura rispettata alla lettera nelle indicazioni dei ritornelli, sia nei brani di apertura – con la fuga ripetuta due volte – sia nelle coppie di danze in alternativement, dove la prima danza della coppia viene ripetuta integralmente dopo la proposizione della seconda. Interpretazione forse inadatta ad essere l’unica delle Suite in discoteca; il bachiano di razza, sempre in caccia di occasioni per contemplare sotto nuovi tagli di luce le inesauribili risorse dell’arte di Johann Sebastian è bene che cominci a pensare ad uno spazio da riservargli nel proprio scaffale.

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