A. Brena – Le Seduzioni di Bach – Zecchini

A. Brena - Le Seduzioni di Bach - ZecchiniISBN 978-88-6540-005-0, pp. IV+172, 2010

Voto 1

«Non possiamo pubblicare il suo manoscritto – disse una volta Valentino Bompiani ad un aspirante scrittore – noi trattiamo solo letteratura contemporanea; lei è già un classico». Qualcosa di simile avrebbe potuto argomentare l’editore Zecchini di fronte al saggio del musicista e musicologo Antonio Brena. Solo che un classico è un lavoro di tanti anni fa che sembra scritto oggi, mentre questo studio sul “piccolo Bach che si nasconde in ciascuno di noi”, pur se ancora fresco di torchio pare provenire da un passato più che decennale. Il lavoro di Brena ignora infatti sistematicamente quanto è avvenuto in ambito musicale nell’ultimo decennio e mezzo; nel capitolo Jazz-Pop-Rock: Bach, ad esempio, nemmeno una parola è spesa sul fenomeno Uri Caine, che nel bene o nel male qualcosa su Bach nel jazz l’ha pur detta. Non meno datata la bibliografia: se non fosse per un numero del Marzo-Aprile 1996 della rivista Psicologia Contemporanea, i riferimenti bibliografici più recenti si fermerebbero a quasi vent’anni fa. Dato non di poco conto in un saggio che si configura come un hellzapoppin di lunghi ipse dixit tenuti insieme da una prosa agiografica ancora ostaggio dei (ne)fasti dell’eredità estetica crociana, dove la modernità – presupposto ideale al passar di moda, come diceva Oscar Wilde – è ancora presa a indice del valore assoluto di un artista. Dal punto di vista del metodo, poi, Brena compie l’errore di dare spesso come assunto ciò che si propone di dimostrare: già nella premessa ci si chiede retoricamente perché la musica bachiana ancora oggi possa essere “facilmente” intesa. Affermazione che se vera porterebbe Bach in testa alle classifiche di vendita e renderebbe superfluo il concetto stesso di un libro come questo. Qualche impaccio anche nella scientificità dell’approccio: nel capitolo sui rapporti tra Bach e cinema Brena afferma di aver esaminato tutti i film (sic) realizzati tra il 1927 e il 1982. Anche se mancano gli ultimi trent’anni di cinematografia (e quindi film come la Voltapagine di Denis Dercourt e Sarabanda di Ingmar Bergman sono esclusi dall’analisi), si tratta comunque di un numero notevole di pellicole; come risultato di un tale ciclopico studio ci si aspetterebbero statistiche, grafici, tabelle: invece si leggono solo alcuni esempi in una lista nella quale, per dirne una, brilla per la sua assenza il capolavoro bergmaninano “Come in uno specchio”, premio oscar come miglior film straniero nel 1961 e incardinato sulla Sarabanda della seconda suite per Violoncello. Tra omissioni, imprecisioni e pressappochismi si costruisce un libro di cui si fatica a comprendere lo scopo: chi non ama Bach (perché è probabile che qualcuno esista, a dispetto del piccolo Kantor che gli si agita dentro) rintraccerà ben poche ragioni per cambiare idea; chi lo adora e magari non sa perché troverà pochi argomenti per spiegare a se stesso e agli altri le ragioni della propria passione. Una conferma della distanza abissale che ancora esiste tra chi tenta di fare divulgazione musicale e chi di questo tentativo dovrebbe essere il beneficiario. Una nota finale ancora per l’editore: nell’inserire i pochi e poco utili estratti di partitura, si sarebbe potuto ricorrere a spartiti privi di segni e annotazioni a matita; tanto più che si tratta di edizioni facilmente reperibili, eventualmente anche in rete.

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