G. Caccini – L’Euridice – Scherzi Musicali, N. Achten (dir.)

Ricercare RIC 269, 79’30”, 2008/2008

Voto 4

«C’era per aria un vecchio dispiacere». La prosa sorniona e dolente di Carlo Emlio Gadda cattura in un colpo d’ala una delle cifre costanti del melodramma: i contrasti che sul palco agitavano amori faticosi e rivalità irriducibili mentre dietro le quinte avvelenavano le collaborazioni tra musici, impresari, librettisti e compositori. Caratteristica quest’ultima genetica nel senso vero del termine, se il primo esempio fa data in quel 1600 cui i manuali di storia della musica assegnano la nascita del genere. Preparata dal tandem Jacopo Peri – Giulio Caccini per le nozze di Maria de’ Medici con Enrico IV di Francia, la gestazione de L’Euridice andò di pari passo con il crescere dissidi dei musicisti, tanto che il romano finì per comporre una versione tutta sua, data alle stampe in anticipo su quella del rivale anche se messa in scena solo l’anno seguente. Il testo di Ottavio Rinuccini mostra poi in controluce un’altra caratteristica quasi inestirpabile dell’opera in musica: il lieto fine, che qui porta l’azione a concludersi con il ritorno di Euridice dall’Ade e risparmia alle capacità drammaturgiche ancora in fieri dei due compositori il confronto con la terribile scena della perdita dell’amata sulla strada del ritorno alla luce, momento che solo sette anni più tardi quel genio del teatro in musica che rispondeva al nome di Claudio Monteverdi avrebbe saputo rendere con una maturità e una forza fuori dalla portata dei suoi predecessori. Non che la prova di Caccini sia priva di meriti: l’eufonica bellezza dell’implorazione di Orfeo a Plutone se non la commozione avrebbe sicuramente strappato brividi di piacere a più di un satanasso; e in generale sul breve passo la stimolazione degli affetti in musica è magistrale. L’esecuzione di Nicholas Achten e dei suoi Scherzi Musicali aiuta a salvare l’opera dal semplice ruolo di prova d’artista o di traccia documentale sul sentiero che porta alla nascita del melodramma; lo fa con un basso continuo frizzante e variato ed una prova convintissima dei cantanti, tutti bravi, anche se il controtenore (o tenore acuto) Reinoud Van Mechelen per timbro, intonazione e tecnica convince un tantino meno dei suoi colleghi. A tutti va riconosciuto – oltre alla pertinenza stilistica – il merito di una pronuncia pressoché impeccabile, che in bocca a cantanti mitteleuropei solo una decina di anni fa avrebbe fatto gridare al miracolo. Oggi ci spinge a chiedere ancora qualche cosa in più in fatto di resa prosodica e drammatica del testo.


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